Del prezzemolo ovvero del buon senso
Va di moda il buon senso. E’ buon senso il tetto del 30% agli stranieri nelle scuole e il divieto di indossare il burqa. Sono regole di buonsenso l’inasprimento delle pene contro i blocchi stradali e le occupazioni abusive, la limitazione delle zone 30 Km/h per non bloccare la circolazione, la difesa sempre legittima, e via di questo passo. E siccome il buon senso è come il prezzemolo che sta dappertutto, non si può negare che sia regola di buon senso far risparmiare soldi allo Stato. Su questo i succitati sostenitori del buon senso (ovviamente nel senso che è buono ciò che voglio io) non saranno molto d’accordo, ma tant’è. Per esempio, ci sono centinaia di migliaia di insegnanti precari che vengono assunti per supplenze brevi, e che al termine della breve parentesi di lavoro, che può essere anche di un giorno solo, possono godere, purché abbiano accumulato almeno tredici settimane di contribuzione nei quattro anni precedenti, di una indennità di disoccupazione. Conosciuta dagli interessati con il nome di NASpI, figlia del vituperato Jobs Act. Queste centinaia di migliaia di persone percepiscono un reddito dallo Stato, ma sono disoccupate. Ebbene lo Stato spenderebbe meglio i propri soldi se, pur mantenendo l’indennità di disoccupazione, facesse lavorare i precari che percepiscono la ‘naspi’, impiegandoli a scuola in attività di supporto. I nostri fans del buon senso di cui sopra, che sono certamente più spicci, potrebbero facilmente convincersi a mezzo dell’argomentazione che è meglio far lavorare i professori piuttosto che farli stare pagati con denaro pubblico sul divano. E così gli insegnanti precari farebbero da jolly in caso di breve malattia di un collega, tapperebbero quei ‘buchi’ di un’ora così frequenti, supporterebbero gli insegnanti di ruolo sgravandoli delle innumerevoli fastidiose attività burocratiche, a cominciare dalla compilazione del registro elettronico, dalla preparazione del materiale didattico, gestione degli strumenti digitali, correzione degli elaborati, parteciperebbero attivamente alle lezioni del docente facendo preziosa esperienza per il futuro, accrescerebbero la preparazione propria e del tutor attraverso un continuo scambio culturale, lascerebbero al docente maggior tempo per dedicarsi alle attività proprie della didattica e all’aggiornamento. Senza nessun costo aggiuntivo per le casse dello Stato, impiegando bene soldi già spesi, i precari in naspi, per lo più giovani laureati, non si deprimerebbero sul divano, porterebbero una ventata di aria nuova nella scuola, imparerebbero il mestiere, contribuirebbero a migliorare l’attività didattica dei docenti e l’apprendimento degli alunni, rafforzerebbero l’autorevolezza dei professori e del sistema scolastico, restituirebbero la missione di insegnante agli insegnanti, e un abbozzo di qualità di vita dignitosa a chi ha scelto una professione tanto nobile al servizio della comunità. Il tutto gratis. Ci vorrebbe un po’ di prezzemolo, pardon, di buon senso.
cittadiniditalia, 7 ottobre 2026, 166° unitàditalia
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